Buone notizie per le buste paga del 2026, ma con qualche "punto di domanda" tecnico che l'Agenzia delle Entrate dovrà chiarire al più presto. La Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) ha introdotto una misura che punta a far respirare i lavoratori del settore privato: una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali.
Ma attenzione: non è per tutti e non è su tutto. Facciamo chiarezza.
Per accedere alla detassazione (che sostituisce l'IRPEF ordinaria e le addizionali), bisogna rispettare un limite di reddito preciso:
Reddito 2025: Non superiore a 33.000 euro.
Settore: Solo dipendenti del settore privato.
Periodo: Gli aumenti devono essere erogati nel corso del 2026.
La norma parla di rinnovi sottoscritti tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2026. Tuttavia, non è chiaro se valga solo per i CCNL (livello nazionale) o se includa anche la contrattazione di secondo livello (accordi aziendali o territoriali). Le relazioni tecniche sembrano puntare sui nazionali, ma si attende conferma ufficiale.
Se un contratto è stato rinnovato nel 2024 e prevede scatti progressivi, cosa succede nel 2026?
Si detassa solo l'aumento "nuovo" che scatta nel 2026?
O si detassano tutte le somme erogate nel 2026 che derivano da quel rinnovo (anche se iniziate nel 2024)? L'interpretazione più logica sembra la seconda (principio di cassa), ma il confine è sottile.
Questo è il punto più delicato per chi ha stipendi già superiori ai minimi tabellari. Se il rinnovo contrattuale viene "assorbito" dal superminimo individuale, il lavoratore non vede un aumento netto in busta, ma solo una riclassificazione delle voci.
Il dilemma: Ha senso detassare un aumento che, di fatto, non aumenta il netto in tasca al dipendente? La soluzione più coerente sarebbe sì, ma l'Agenzia delle Entrate potrebbe avere una visione più restrittiva.